"Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione"
Robert Francis Kennedy
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mercoledì 11 marzo 2009

Ponte sullo stretto, una nuova cattedrale nel deserto

Un immagine dello stretto con o senza ponte
da /www.terranauta.it
Il governo ha deciso: riprende lo spreco di miliardi di euro che ancora una volta verrano gettati giù dal ponte sullo stretto. Una volta ultimato, se mai lo sarà, potremo osservare una vera e propria cattedrale nel deserto. Nel frattempo i 6 miliardi previsti sono destinati a raddoppiare. E il sud continua a restare privo di infrastruttire stradali e ferroviarie. Come un chewing gum masticato per troppo tempo ed ormai privo di gusto, anche il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, sembrava potere ambire come unica destinazione al cestino della spazzatura. Durante il biennio del Governo Prodi il controverso progetto del Ponte che fin dal momento del suo concepimento aveva finito per dividere anziché unire gli italiani, pareva infatti destinato definitivamente ad obliare nel novero delle opere ciclopiche che mai sarebbero state cantierizzate. Il tutto dopo 40 anni di chiacchiere e ipotesi assai fantasiose, costate al contribuente italiano oltre 160 milioni di euro, sotto forma di consulenze e stipendi dispensati a pioggia. Il governo Berlusconi, nell’ambito del pacchetto di finanziamento del valore di quasi 18 miliardi di euro dedicato alle grandi infrastrutture e varato lo scorso 6 marzo con l’ambizioso proposito di sostenere il rilancio dell’economia italiana, ha invece deciso di puntare proprio sulla costruzione del Ponte sul Ponte sullo Stretto. Decisione concretizzatasi nello stanziamento di 1,3 miliardi di euro (circa il 20% del costo previsto dell’opera) da parte del Cipe, per dare il via all’inizio dei cantieri. La scelta di destinare cospicue risorse finanziarie nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina non può mancare di destare tutta una serie di perplessità. Si tratta di una grande opera il cui costo previsto risulta elevatissimo, 6,1 miliardi di euro nelle previsioni - destinati come minimo a raddoppiare durante la realizzazione come sempre avviene in questi casi - che peseranno sulle spalle dei contribuenti incrementando il peso del debito pubblico, senza che esistano serie prospettive di ritorno dell’investimento. I lavori di costruzione, destinati a protrarsi per almeno 10 anni, determineranno impatti ambientali e sociali di grossa rilevanza a fronte di ricadute assai modeste in termini di utilità dell’opera. Una volta ultimato, il Ponte somiglierà ad una vera e propria cattedrale nel deserto costituito da due regioni (Sicilia e Calabria) le cui infrastrutture stradali e ferroviarie versano in uno stato disastroso. Basti pensare che in entrambe le regioni oltre la metà delle linee ferroviarie non sono ancora elettrificate e la maggior parte delle tratte (90% in Sicilia e 70% in Calabria) sono costituite da un binario unico. La concentrazione di tutte le risorse finanziarie per consentire la costruzione del Ponte, rischierà inoltre di prolungare a tempo indefinito questo gap infrastrutturale, rendendo in questo modo ancora più stridente il contrasto fra una costosissima mega opera faraonica e il contesto di assoluta arretratezza del sistema dei trasporti che la circonda, mettendone ancora più in evidenza il carattere di scarsa utilità. In ultima analisi occorre inoltre sottolineare come il Ponte dovrebbe sorgere su un’area ad elevatissimo rischio sismico, scarsamente adatta ad ospitare un’infrastruttura di questo genere. Anche con l’ausilio di molta fantasia risulta difficile immaginare come i miliardi investiti nel Ponte (1,3 miliardi di euro), nel TAV Tortona – Genova meglio conosciuto come Terzo Valico e Milano – Verona (2,7 miliardi di euro) e nel MOSE (800 milioni di euro) possano contribuire a risollevare il nostro paese dalla crisi economica. Al contrario l’apertura di cantieri per grandi opere che negli anni peseranno sul bilancio pubblico per decine di miliardi di euro, rischia di precipitare ancora più in basso le nostre già disastrate finanze.

sabato 7 marzo 2009

Lettera aperta al movimento No Ponte per la ripresa delle mobilitazioni

Lettera aperta al movimento No Ponte per la ripresa delle mobilitazioni
Da troppo tempo il movimento di opposizione al Ponte sullo Stretto sta affacciato alla finestra ad aspettare che siano gli eventi a dirgli se è necessario o no tornare in piazza. Questo atteggiamento attendista sta lentamente disarmando l’opposizione al Mostro, che rischia, nelle sue frange meno militanti e politicizzate, di cadere in preda alla rassegnazione. Il raffreddamento della lotta, provocato dall’atteggiamento ambiguo del governo Prodi, che non ha cancellato il progetto né ha chiuso la società Stretto di Messina, autentica macchina mangia soldi, ha finito per ridimensionare quel tanto che era stato faticosamente costruito. Se è vero che alcune dichiarazioni dei sostenitori del Ponte hanno il sapore degli annunci propagandistici, è anche vero che in questa fase storica la lobby dei pontisti non ha molti ostacoli sul suo cammino, essa è fortemente rappresentata dai governi Berlusconi e Lombardo ed ha sostenitori anche nella cosiddetta opposizione politica e sindacale. La recente interrogazione parlamentare di un gruppo di deputati siciliani del PD va in questo senso: essi infatti, si limitano a chiedere la “modifica” dell’opera nel senso di scelte “maggiormente affidabili” e “meno costose”. Il rifinanziamento da parte del Cipe della Società Stretto di Messina, rilancia l’intera questione. Andare a disquisire se l’opera sarà conclusa o rimarrà a metà, se sarà fattibile oppure incontrerà ostacoli tecnici insormontabili, in questa fase è deleterio. Una cosa è certa: la lobby del Ponte e delle grandi opere è pronta a partire e partirà; più ostacoli incontrerà sul suo cammino, più i tempi si dilateranno, più i cantieri dureranno e le spese lieviteranno. L’obiettivo primario di fare aprire la borsa dei conti pubblici sarà raggiunto, a prescindere dalla conclusione dell’avventura. Ma con conseguenze certe: il disastro ambientale nell’area dello Stretto, lo scempio urbanistico, il foraggiamento finanziario delle cosche delle due sponde, la militarizzazione dell’area, l’inquinamento di ogni ambito sociale, politico e culturale, attraverso pressioni, infiltrazioni, compravendite, per saldare un consenso che fino ad oggi non appare scontato. Tutto questo impone la ripresa di un dibattito nel movimento e fra tutti i settori che hanno lottato contro il Ponte, e l’indizione di forti mobilitazioni, caratterizzate dallo sforzo di esportare i motivi dell’opposizione al Mostro anche oltre l’area dello Stretto, più di quanto non lo si sia fatto fino ad ora, ed in maniera più determinata. La costruzione, o comunque l’inizio dei lavori del Ponte, saranno (sono già) sfruttati e venduti come occasione per rilanciare l’economia, rimettere in circolo denaro pubblico, creare posti di lavoro. Se non si è in grado di rispondere a queste argomentazioni false e strumentali, se non si è tra la gente a confutare la propaganda pontista, fortissima e attrezzatissima, noi perderemo ancora prima di avere combattuto. Questa battaglia è oggi più urgente che mai; essa può rappresentare la base di una vertenzialità meridionalista contro il potere centrale e contro il capitale, nelle sue varie sfaccettature (politico, economico, mafioso, religioso), per l’affermazione di idee, proposte, obiettivi basati sull’autodeterminazione e su un ritrovato protagonismo sociale e popolare incamminato sulla via dell’autogoverno. La FAS propone l’apertura di un dibattito che confluisca in una prima assemblea regionale di confronto e di azione, da tenere a Messina (o in altra località si decidesse), entro e non oltre il mese di marzo Federazione Anarchica Siciliana Enna, 1-2-2009