"Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione"
Robert Francis Kennedy

venerdì 15 marzo 2013


I rimpianti di Erin Callan in un’intervista al NY Times: ho sacrificato troppo alla carriera

Le sue parole hanno fatto molto scalpore negli Stati Uniti perché non arrivano da uno dei tanti guru della decrescita o da qualche improvvisato politico new age, bensì da una ex top manager che fino a qualche anno fa era considerata una delle donne più potenti del mondo. Domenica scorsa sul New York Times è comparso un articolo di Erin Callan, ex direttrice finanziaria di Lehman Brothers, nel quale la 47enne invita le donne a non sprecare tutte le proprie energie per la carriera lavorativa perchè non ne vale la pena e soprattutto non rende la vita migliore.
EQUILIBRIO TRA LAVORO E AFFETTI - Pubblicato con il titolo provocatorio “Is there life after Work?” (C’è una vita oltre il lavoro?), l’articolo è tutto incentrato sul rammarico della Callan per aver perso tanti anni della sua vita a lavorare senza sosta, mettendo in secondo piano gli affetti personali e le piccole gioie quotidiane: «Da quando ho lasciato il lavoro alla Lehman – scrive la donna sul New York Times - ho avuto tutto il tempo per riflettere sulle decisioni che ho preso di proporzionare il tempo dedicato al lavoro con il resto della mia vita. A volte incontro giovani ragazze che dicono di ammirarmi per quello che ho fatto. Ho lavorato duramente per 20 anni e ora posso passare i prossimi 20 anni a fare altre cose. Ma questo non è equilibrio. Non lo auguro a nessuno. Fino a poco tempo fa, pensavo che focalizzarmi sulla carriera fosse la cosa più importante per avere successo. Ma adesso sto cominciando a capire che ho sprecato il meglio della mia vita. Avevo talento, ero intelligente e piena di energia. Non avrei dovuto essere così estrema».
LA CARRIERA - Assunta nel 1995 da Lehman Brothers come consulente fiscale, la Callan ha fatto una rapida carriera nella banca d’affari grazie alla sua esperienza in materia di tassazione dei titoli obbligazionari. L’importante carica di direttore finanziario, ottenuta il 1 dicembre del 2007, è durata appena sei mesi, ma il licenziamento ha permesso alla top manager di non partecipare in prima persona al crollo della potente banca d’affari (i media, però, l’hanno più volte accusata di essere complice della gestione poco trasparente della Lehman Brothers). Dopo una successiva e breve esperienza a Credit Suisse, la Callan ha deciso di tirare i remi in barca. Adesso vive in Florida, si è risposata con un suo amico del liceo che fa il pompiere e sta cercando di avere un figlio, nonostante l’età non sia più quella di una ragazzina. A differenza del passato, ha scelto una vita da reclusa tanto che i quotidiani l’hanno ribattezzata “La Greta Garbo della crisi finanziaria del 2008″: «La cosa più importante – continua la Callan nell’articolo – è che ho perso l’occasione di avere un figlio tutto mio. Oggi ho 47 anni e già sono parecchi anni che con mio marito cerchiamo di aver un bambino con la fecondazione in vitro. Stiamo ancora sperando». La Callan ricorda che per anni ha rinunciato a weekend con gli amici e i propri cari, ha pranzato e cenato tantissime volte davanti al computer e spesso ha passato i suoi compleanni in ufficio. I pochi giorni liberi li trascorreva a dormire, per ricaricare le batterie ed essere pronta per una nuova settimana di lavoro senza sosta: «Come tutte le persone – scrive – avevo relazioni, un marito, gli amici, i parenti, ma a causa del lavoro non ho dato a nessuno il meglio di me. Si sono dovuti accontentare delle briciole».
ATTACCO - L’articolo è stato considerato dalla stampa statunitense un chiaro attacco alle posizioni espresse recentemente da due delle donne in carriera più famose del momento Sheryl Sandberg, oggi numero due di Facebook e Marissa Mayer, Ceo di Yahoo. La prima ha pubblicato proprio in questi giorni “Lean in, Women, Work and the Will to Lead” (in italiano tradotto con il titolo “Facciamoci Avanti”) in cui la top manager spiega perché le donne non raggiungano sul lavoro gli stessi traguardi degli uomini e incita i membri del gentil sesso a lavorare di più e a combattere assieme per conquistare posizioni migliori nel mercato del lavoro americano. La seconda, invece, ha conquistato di recente le prime pagine dei giornali per aver deciso che dal prossimo giugno i suoi dipendenti che beneficiava della possibilità di lavorare da casa saranno costretti a tornare in ufficio. Una vera tragedia per le donne che hanno figli piccoli e non sanno a chi lasciarli. Lo scontro tra l’ex top manager più potente del mondo e le due odierne donne in carriera sta appassionando i media americani. E gli analisti già ci sono divisi tra gli apologeti del lavoro senza sosta e i fautori di una vita dedicata anche ai piaceri quotidiani. In questa interessante diatriba il commento più lucido sembra essere quello di Sheelah Kolhatkar che sulle pagine di Business Week ha tagliato corto: «Per molti secoli è sempre stato l’uomo a lavorare fino a morire. Forse è un perverso trionfo del femminismo che le donne si sentano libere facendo la stessa cosa».
fonte: Informare per resistere

giovedì 14 marzo 2013


Lasciate che sia la politica a finire Berlusconi

fonte: byoblu.com
Silvio Berlusconi Magistratura PCI

 di Paolo Becchi

 Berlusconi è ancora in ospedale. Malato vero o immaginario? La Procura di Milano non gli crede, i militanti del suo partito gridano alla persecuzione giudiziaria. Cosa sta accadendo? Il tema, lo confesso, mi è caro: è un tipico caso di fine-vita, di «morte cerebrale». Chi era dato per morto, in realtà, era solo in stato vegetativo persistente e, con le elezioni, abbiamo assistito ad un mezzo miracolo: il paziente si è risvegliato e, se non ha ripreso il vigore di un tempo, è di nuovo in grado di parlare. I medici curanti, che ai miracoli non credono, vorrebbero fargli tirare definitivamente le cuoia, ma lui si impunta e resiste con l’aiuto dei parenti. Mentre tutti gli altri, tenendo conto dei costi sociali per il mantenimento di malati simili, sarebbero pronti a sottoscrivere domani il certificato di morte. Fortuna vuole che il capo del reparto non ha deciso di avvallare questa opera di eutanasia e cosi il paziente può continuare a vivere.
 Questa storia di vita d’ospedale, in realtà, è la metafora di quanto accaduto in questi giorni. I giudici di Milano stanno tentando di “staccare la spina” a Berlusconi, mentre lui ancora si batte e denunzia un «uso della giustizia a fini di lotta politica». Berlusconi sente la sua fine vicina: sa che, con una convergenza di Pd e MoVimento 5 Stelle sull’eventuale richiesta di autorizzazione da parte della magistratura, rischierebbe, questa volta davvero, l’arresto. Vito Crimi, capogruppo al Senato del MoVimento 5 Stelle, ha considerato la questione dell’autorizzazione «una domanda retorica, la risposta è sì. Ovviamente!». Il Pd non ha esitato a schierarsi in coda: «Se in Parlamento arrivasse una richiesta di arresto per Silvio Berlusconi e gli atti fossero corretti e fondati, il Pd non avrebbe alcuna preclusione a dire sì».

 Stiamo attenti, però. Tutti sanno che, per un anno intero, ho criticato duramente l’operato del Presidente della Repubblica: non ho esitato a ritenerlo responsabile del “colpo di Stato” di Mario Monti, l’ho attaccato apertamente accusandolo di averviolato la Costituzione, ne ho denunciato le segrete aspirazioni e le manovre di Palazzo. Ma a Re Giorgio, in questi ultimi giorni del suo mandato, occorre concedere l’onore delle armi. Qualche settimana fa, in Germania, ha difeso apertamente il nostro Paese, con coraggio, contro i commenti di Peer Steinbrueck, il quale aveva dichiarato «Sono inorridito dalla vittoria di due clown nelle elezioni italiane». Ebbene Napolitano (che certo non si sarà compiaciuto della vittoria di Grillo e del recupero di Berlusconi) si è rifiutato di incontrare Steinbrueck, giudicando le sue «parole fuori luogo o peggio, non ci sono le condizioni di un incontro. Rispettiamo la Germania, ma l'Italia esige rispetto».

 Ieri il Capo dello Stato ci ha dato un’altra lezione. Il suo comunicato sulla vicenda che sta opponendo Pdl e magistratura è un esempio di rispetto delle istituzioni e dei princìpi della Costituzione. Dopo aver incontrato i rappresentanti del Pdl, Napolitano ha riaffermato la necessità del «ristabilimento di un clima corretto e costruttivo nei rapporti tra giustizia e politica». Da vero Capo dello Stato, da vero garante della Costituzione, Napolitano ha avvertito i pericoli di quanto sta accadendo, ed ha ricordato la necessità di evitare nei limiti del possibile «interferenze tra vicende processuali e vicende politiche». Per questa ragione Napolitano ha ritenuto «comprensibile la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile». Il Presidente ha, poi, ricordato come sarebbe «aberrante» l’ipotesi «di manovre tendenti a mettere fuori giuoco - per via giudiziaria come con inammissibile sospetto si tende ad affermare - uno dei protagonisti del confronto democratico e parlamentare nazionale».

 Sono parole di condanna alla manifestazione inscenata dal Pdl presso l’aula del Tribunale di Milano. Sono, però, dure parole anche contro il tentativo di eliminare, per via giudiziaria, un avversario politico. Berlusconi va battuto politicamente, e non attraverso scorciatoie giudiziarie. L’uso politico della giustizia è un segno di debolezza: sia per le gli avversari politici di Berlusconi, che si dimostrano incapaci di sconfiggerlo sul loro piano, sul piano della lotta politica, sia per la democrazia, perché le derive giustizialiste non sono che l’altra faccia di quei poteri forti ed elitari che mirano, da tempo, a sostituirsi alla politica. Per questa ragione, il MoVimento 5 Stelle dovrà dimostrarsi forte abbastanza, sul piano politico, per non farsi risucchiare dal vortice giustizialista.

 Il potere giudiziario, in Italia, fa leva da tempo sulla debolezza politica per costruirsi come potere autoreferenziale, come un «governo dei giudici». Potere, quest’ultimo, che è debordato a causa di una sorta di patto istituzionale con il PCI (e poi Pds, Ds, ed ora Pd) la cui origine risale agli anni settanta. Il MoVimento non deve lasciarsi catturare da questa logica: deve, invece, aspirare alla guida del Paese con un proprio governo. Abbiamo bisogno di un Governo politico del MoVimento, e non del Governo dei giudici. Berlusconi va vinto a viso aperto sul campo della battaglia politica, non nelle aule dei tribunali.

mercoledì 13 marzo 2013


Banfi: "Voterò sempre Berlusconi. Anche se ammazza 122 persone"

L'attore ai microfoni di Un giorno da Pecora: "Gli vorrò sempre bene. A sinistra avrei scelto Renzi"


Fonte: www.virgilio.it


banfi 367Lino Banfi: non solo nonno Libero - Foto - Fonte LaPresse

Lo aveva già difeso in passato, ai tempi dell’affairescort  ("Campagna diffamatoria. Silvio ha un altruismo e una bontà senza fine...”). Ora Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, rincara la dose, dichiarando il suo amore incondizionato per il Cavaliere ai microfoni della trasmissione radiofonica Un Giorno da Pecora, su Radio2.

“Berlusconi? Io gli vorrò sempre bene e lo voterò sempre, anche se un giorno ammazza 122 persone”. "Grillo? – prosegue l’attore-  Mi è simpatico, ma io sono fedele a Berlusconi sempre. Anche quando non sarà più in politica".

Fra i tre papabili candidati alla Presidenza della Repubblica sceglierebbe D’Alema ("Mi sembra il più qualificato"). A seguire Prodi, ultimo Amato.

Un ultimo commento a sinistra: "Forse a sinistra avrei votato Renzi, ma io voto l'uomo non il partito. In un momento in cui si dice di voler voltare pagina, che ci vogliono dei giovani con idee più fresche, ecco Renzi è sicuramente molto più giovane degli altri!".

martedì 12 marzo 2013


Silvio Berlusconi sta per finire in carcere?

Pubblicato il 12 mar 2013 da Andrea Signorelli
Fonte: www.polisblog.it


Se i parlamentari del Pdl si sono spinti fino a “marciare” sul Tribunale di Milano e considerando che Angelino Alfano sta per consegnare al Presidente della Repubblica la richiesta di “fare qualcosa per salvare Silvio Berlusconi, oppure sarà il caos”, allora vuol dire che sta succedendo qualcosa di grosso. Non per fare i soliti allarmismi, ma forse questa volta c’è la possibilità concreta che il Cavaliere subisca una richiesta d’arresto.
Tutto dipende dai giudici napoletani che stanno lavorando sul caso De Gregorio e che hanno fatto richiesta di giudizio immediato. Il timore, tra gli uomini del Cavaliere, è che sia pronta una richiesta d’arresto da recapitare al nuovo Parlamento. E il nuovo parlamento è molto diverso dal precedente: la stragrande maggioranza dei parlamentari non si straccerà le vesti per difendere Berlusconi.
A partire dal Movimento 5 Stelle, che ieri ha fatto sapere, per voce del capogruppo Vito Crimi, che sull’eventuale richiesta d’arresta voteranno: “Sì, ovviamente. Voteremo anche per l’ineleggibilità di Berlusconi in quanto concessionario di servizio pubblico, se saremo in giunta per le elezioni. E ci aspettiamo che anche altri votino per l’ineleggibilità, poi sia Berlusconi a fare ricorso”. E il Pd? Qualche moto garantista potrebbe vedersi dalle parti dei democratici, ma è difficile che si decida di salvare Berlusconi, gli elettori non capirebbero. Resta una domanda: ma il Cavaliere può davvero finire in carcere a 77 anni?
Si può leggere la delibera della Corte di Cassazione, Sezione I Penale, Sentenza 13 luglio 2006 (dep. 03 agosto 2006), n.27853 /2006 (2487/2006), che si è espressa sulle legge Cirielli - una delle tante leggi ad personam di Berlusconi - e sulla possibilità che gli ultrasettantenni finiscano comunque in carcere. In poche parole, se l’anziano è pericoloso, può finire in carcere. Sta ad altri decidere quanto il Cavaliere sia un pericolo per la società se confinato ai soli domiciliari
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ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Il M5S inizia oggi la selezione degli aspiranti candidati al Consiglio comunale

Da oggi chi vuol provare a candidarsi con il M5S al Consiglio comunale o alle circoscrizioni può presentare il curriculum presso la sede di Piazza Duomo. C'è tempo fino a venerdì 22 marzo. Saranno gli attivisti a selezionare le candidature.
Il M5S dello Stretto si prepara alle amministrative di maggio e lo fa con il consueto metodo già sperimentato per le regionali e le Politiche. Da oggi prende il via il termine per la presentazione dei curricula per le candidature al consiglio comunale. I messinesi interessati a correre per l’aula di Palazzo Zanca potranno consegnare il curriculum e la documentazione richiesta presso la sede del M5S Messina a Piazza Duomo, da oggi fino a venerdì 22 marzo, non  oltre le 22.00,durante i seguenti orari: da lunedì a  venerdì dalle 18 alle 20.00.
Potranno partecipare alle selezioni quanti siano residenti nel Comune di Messina e nella provincia, non siano tesserati presso alcun partito politico,siano incensurati e non abbiano alcun  procedimento giudiziario pendente a carico, non abbiano svolto più di un mandato elettorale, non si siano presentati come candidati alle ultime DUE elezioni amministrative. La selezione, come si vede, mira ad evitare che ci siano “ritorni sul carro” attraverso una sorta di lifting. I candidati al Consiglio comunale dovranno allegare il curriculum vitaecon allegata foto tessera, il proprio curriculum con le attività eventualmente svolte nelM5S, o in Enti, associazioni culturali, sociali, benefiche o altro e senza scopo di lucro. Dovrà essere consegnata anche una lettera di presentazione, una fotocopia del documento d’identità, il casellario giudiziario ed il certificato dei carichi pendenti (entrambi aggiornati), una dichiarazione d’intenti in cui il futuro candidato si impegna adautolimitare il proprio compenso, a rimettere il proprio mandato ogni sei mesi alla fiducia del gruppo degli attivisti di Messina. Quest’ultimo punto merita un approfondimento, perché dopo aver visto per decenni politici talmente attaccati alla poltrona da pretendere raffiche di deroghe al proprio mandato dopo aver sforato i limiti indicati dal partito, si riporta lo spirito della candidatura alle origini: ovvero l’essere “al servizio” degli interessi degli elettori e non il contrario. Questa clausola dovrebbe inoltre servire ad evitare quella vergogna del continuo cambio di casacca dalla quale l’elettore non può difendersi in alcun modo, neanche quando assiste ad un eletto che cambia l’intero arco partitico. Il futuro candidato deve anche sottoscrivere la Carta dei principi del M5SMessina, un’autocertificazione secondo il modello delle regionali in cui dichiara di non essere iscritto a nessun partito e di non essersi candidato nelle ultime due amministrative, un’autocertificazione sulle condanne penali e i carichi pendenti eventualmente non riscontrabili nel casellario ed una dichiarazione di autorizzazione al trattamento dati.
La raccolta e il vaglio delle candidature verrà effettuata dal gruppo degli attivisti e tra i requisiti richiesti verranno presi particolarmente in considerazione la partecipazione a 5 STELLE, l’aver cioè creduto nel Movimento come strumento per il rinnovamento dell’Italia e delle sue Istituzioni e l’essersi impegnati per la crescita del Movimento a Messina, nonché l’associazionismo presso Enti no profit volto al miglioramento e lo sviluppo della collettività e del territorio, l’integrità morale, il livello culturale, le comprovate capacità relazionali e professionali.
La selezione riguarda esclusivamente i candidati al Consiglio Comunale ed alle circoscizioni perché il candidato sindaco verrà scelto all’interno degli attivisti del M5S MESSINA.
Niente file estenuanti dietro la porta delle segreterie quindi, basta armarsi di curriculum e portare la propria storia personale e la voglia di contribuire alla vita politica ed al futuro di questa città, presso la sede del M5S.
Rosaria Brancato
fonte: www.tempostretto.it

Muos, mafia e Cia contro Crocetta?

fonte: http://www.antimafiaduemila.com
crocetta-rosario-big00di Aaron Pettinari - 11 marzo 2013
Quando lo scorso mese il Presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha dato mandato all’assessore regionale all’Ambiente Mariella Lo Bello e al dirigente Giovanni Arnone di revocare le autorizzazioni per la realizzazione del Muos, l’impianto militare di antenne satellitari di Niscemi, in tanti avevano accolto la notizia come uno straordinario successo per tutto il movimento “No Muos” che da anni si batte per questo. Nonostante ciò, però, all'interno della base Usa si continua a lavorare, come denunciato da alcuni attivisti, con gli Stati Uniti che si fanno forti del protocollo d’intesa siglato nel 2011 tra l’allora ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa e il governatore siciliano Raffaele Lombardo, favorevoli alla realizzazione.
Ci sono poteri forti a spingere per quest'opera e la conferma arriverebbe dalle dichiarazioni dell'ex Idv Sergio De Gregorio che, interrogato dai magistrati, ha raccontato i retroscena in merito alla campagna acquisti del 2007 che affossò il governo Prodi. L’ex senatore ha dichiarato agli inquirenti che l'allora governo di centrosinistra cadde per le pressioni di altri poteri, ovvero la Cia, che avevano messo nel mirino Prodi e il suo esecutivo soprattutto per l’ostilità manifestata nei confronti del Muos. Un fatto che nei giorni scorsi ha allarmato non poco lo stesso Crocetta il quale ha dichiarato: “Sono seduto su una polveriera. Già dai primi giorni dal mio insediamento sono partiti i dossier nei miei confronti. Ed è chiaro che a muoversi, in questi casi, sono i poteri forti. Non è mafia. O meglio, non stiamo parlando solo di mafia. Questi poteri, in passato, a mio parere, furono responsabili, ad esempio, della sparizione di Enrico Mattei. Figuriamoci se si preoccupano di intervenire su un presidente della Regione”. Una considerazione forte ma che potrebbe anche non essere sconsiderata. Anche il presidente dell'Eni, morto sul cielo di Bescapé (in provincia di Pavia) la sera del 27 ottobre 1962 a causa dell'esplosione dell'aereo che lo stava riportando a Milano dopo una visita in Sicilia, con la sua politica energetica aggressivia stava “pestando i piedi” ai poteri dell'economia mondiale. Mattei aveva bene in testa l'idea di un'Italia libera dalla dipendenza dalle Sette Sorelle. Recenti documenti, recuperati dallo storico Mario Cereghino e pubblicati su “I Quaderni de L'Ora”, riportano una conversazione di un diplomatico italiano a cui Mattei aveva confidato che nell'arco di sette anni avrebbe tirato fuori l'Italia dalla Nato ponendola a capo dei Paesi non allineati. Una sorta di terzo blocco mondiale rispetto al blocco Usa e a quello dell'Unione Sovietica. Dichiarazioni di un certo peso che, seppur non portano prove sulle motivazioni che hanno portato alla morte l'ex presidente dell'Eni (su cui vi è ancora un forte alone di mistero ndr), certamente fanno riflettere rendendo non così remota l'idea che con il decesso di Mattei in molti, in Italia e all'Estero, possono aver tirato un sospiro di sollievo. E' quasi una certezza che la carica esplosiva sul velivolo venne piazzata a Catania. 
Nella sentenza De Mauro, dove viene messo nero su bianco che il disastro aereo di Bescapé fu frutto di un attentato e non un semplice incidente aereo, viene elogiato il grande lavoro del pm di Pavia Vincenzo Calia, titolare della terza inchiesta sul caso aperta il 20 settembre 1994 e chiusa nel 2003. Nella richiesta di archiviazione Calia scrive: “L'esecuzione dell'attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell'ente petrolifero. La programmazione e l'esecuzione dell'attentato furono complesse e comportarono – quantomeno a livello di collaborazione e di copertura – il coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano”. E poi continua: “E' facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l'esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta – per la sua stessa complessità, ampiezza e durata – esclusivamente a gruppi criminali, economici, italiani o stranieri, a 'Sette (... o singole...) sorelle' o servizi segreti di altri Paesi, se non con l'appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente petrolifero di Stato, che hanno eseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o col consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito diretti vantaggi”. Un'analisi che non esclude comunque il coinvolgimento della mafia. Per lo stesso Calia “la tesi della mafia come ente di supporto può essere molto verosimile seppur non esistono riscontri certi”. L'ex “boss dei due mondi”, Tommaso Buscetta, aveva raccontato che “il primo delitto eccellente di carattere politico ordinato dalla commissione di Cosa Nostra, costituita subito dopo il 1957, fu quello del presidente dell'Eni, Enrico Mattei. In effetti, fu Cosa Nostra a deliberare la morte del Mattei, secondo quanto mi riferirono personalmente alcuni dei miei amici che componevano quella commissione, come Greco Salvatore “Cicchiteddu” e La Barbera Salvatore. L'indicazione di uccidere Mattei giunse da Cosa Nostra americana, attraverso Bruno Angelo (autorevole esponente della famiglia di Philadelphia) che chiese questo favore a nome della commissione degli Usa e nell'interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. Dello stesso avviso il collaboratore di giustizia gelese Antonio La Perna mentre per il catanese Antonino Calderone il coinvolgimento di Cosa Nostra è da escludere perché “ …non c’era il motivo di uccidere Mattei. Portava ricchezza in Sicilia e alla mafia interessano i soldi…”.
Tuttavia non è inverosimile che l'attentato al presidente dell'Eni rientri nello scambio di favori tra mafia americana e siciliana. Così come non è “campata in aria” la possibilità che oggi si possa ripetere un fatto tanto grave nei confronti del Presidente dell'Ars, Crocetta. Dietro all'installazione del Muos ci sono interessi e poteri forti, internazionali e locali. E storicamente Cosa nostra si presta ad essere braccio armato del potere, ancor di più quando gli uomini da colpire sono già al centro del proprio mirino.

sabato 9 marzo 2013


L’altro Costa Rica

di Paolo Izzo
Per giorni e forse settimane, si parlerà del Costa Rica soltanto adesso che ci si è arrivati per questioni di denaro e politichetta: questioni nostrane, insomma. Un paradiso dove trasferire capitali, nella black list delle Nazioni con meno trasparenza fiscale: ecco cosa sarà il Costa Rica per quelli che finora pensavano si trattasse di un tratto della spiaggia spagnola. Eppure nei mesi scorsi due notizie che riguardano il Paese centroamericano avrebbero potuto ricevere dai media una maggiore attenzione: la prima era che a novembre, grazie anche al lavoro dei Radicali dell’Associazione Coscioni, nel Paese, ultracattolico, è stato abolito il divieto di fecondazione assistita (facendo balzare l’Italia al primo posto per la legge peggiore in merito); la seconda, più recente, è che il Costa Rica ha ratificato la sua rinuncia a essere dotato di un esercito nazionale. Due buone notizie, apparentemente non collegate tra loro, che invece – a ben guardare – sembrano dire che all’aumento di diritti civili può corrispondere un aumento della nonviolenza. Se fosse così, il Costa Rica rappresenterebbe proprio un bel posto dove andare a vivere, anche senza soldi da portarsi dietro…

mercoledì 6 marzo 2013


LE PAROLE DEL PREMIO NOBEL DARIO FO APPARSE SUL SITO: WWW.BEPPEGRILLO.IT

"Molti mi scrivono e mi telefonano, addirittura c’è chi mi ferma per strada, chiedendomi: “Ma non le pare che Grillo, a parte il suo talento, sia di fatto un populista?”“Fermi tutti - rispondo – voi sapete che significato abbia l’espressione populista?”Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo completamente opposto all’altro termine: demagogo. Forse coloro che con tanta leggerezza usano la definizione di ‘populista’ per denigrare un oppositore, dovrebbero ritornare sul dizionario e consultare il termine alla voce demagogo e scoprirebbero che al contrario, quell’espressione, significa ‘colui che con ipocrisia ben calcolata, cerca di sfruttare l’ingenuità di una popolazione per trarne vantaggi indegni’.Quindi, miei cari, avete sbagliato termine.Ora, è buona norma quando si attribuisce un comportamento a qualcuno, specie verso Grillo, conoscere il significato del termine che si usa.Attenzione, questa mia non è una banale pedanteria lessicale, ma qualcosa che impone una seria attenzione alla conoscenza del linguaggio. Quindi è un valore che impone un atteggiamento molto serio, specie in un confronto dialettico corretto. Questa particolare attenzione vale soprattutto oggi, nel momento in cui all’istante tutti i media, i partiti e soprattutto i soloni della politica, quelli che a loro dire avevano capito tutto del nuovo movimento contestatario fin dall’inizio, si trovano oggi completamente spiazzati col sedere a terra immersi nella boagna della realtà. Costoro in coro o intonando da solisti la loro sentenza, assicuravano si trattasse della solita sbruffonata senza alcuna coerenza politica: “Li abbiamo già visti – sghignazzavano – gli exploit de ‘l’uomo qualunque’ e i movimenti contestatari del ’68... nascere e con la stessa velocità esplodere e poi sfasciarsi alla prima curva della realtà."La ragione di quelle effimere meteore è senz’altro la dabbenaggine di una generica protesta, priva di una minima analisi politica, arraffata piuttosto nel solito calderone anarcoide alla cui testa si susseguono velleitari Lenin o i soliti bordighisti, caricature di capopopolo, alla Cola di Rienzo e Masaniello, che infatti finirono addirittura linciati dai propri sostenitori.Quello che poi è accaduto alla fine di una campagna elettorale condotta da tutti i partiti in modo a dir poco scellerato si è rivelato, per quanto riguarda i 5 Stelle, un successo fuori da ogni previsione.Io stesso che l’ho vissuto da dentro il MoVimento sono rimasto completamente sconvolto dal risultato finale. Un evento di questa portata non si era mai verificato in tutta Europa. Non comprenderlo ieri e oggi vuol dire essere completamente ottusi.Purtroppo in politica abbiamo una massa di imbesuiti pieni di sé che credono di risolvere la loro dabbenaggine con i trucchetti e le strizzatine d’occhi. In questo momento stiamo assistendo ad una specie di danza dei tarlocchi storditi. Dopo aver creato il caos ora non sanno che pesci pigliare e fingono certezza e chiarezza di idee e di programma.Fa bene Grillo a denunciare immediatamente come ha fatto in questi giorni, le manovre giustamente definite "il mercato delle vacche" , orchestrate da parte di alcuni esponenti del PD, che cercavano di coinvolgere persone del MoVimento 5 Stelle con l'intento di offrire loro cariche in un ipotetico prossimo governo. Tentativo giustamente denunciato come il solito modo puttanesco di fare politica. Per attuarlo però bisogna avere a disposizione persone disposte a vendersi e il MoVimento a 5 Stelle, i suoi eletti, i suoi attivisti, i suoi elettori, ahimè non sono in vendita. Questi manovratori centro-sinistri insistono a muoversi fuori dalla storia e non se ne rendono conto. Mettetevi bene in testa che questa, amici miei, non è la solita solfa da sala giochi di lobby del potere e dell’intrallazzo, dove un bell’inciucio con tangente premia la società dei furbacchioni. Questo che sta esplodendo davanti ai vostri occhi è l’inizio di una rivoluzione! E come diceva una vecchia canzone: "Suonate le trombe fate pernacchi stavolta non volano solo gli stracci ma si fracassa tutto il papocchio e andiamo camminando insieme come una festa di nozze , il primo che sfalsa vola di sotto". Ma non finisce qui.Ecco che all'istante i nostri gattopardi indelebili cercano di inventarsi una' altra pantomima, nuova di zecca, così vanno piagnucolando:"Come possiamo risolvere? Noi, è vero abbiamo usato qualche trucco per anni, rimanendo inattivi e silenti e tenendo nascosto nel cassetto le proposte fondamentali tipo il conflitto di interessi, la riduzione dei parlamentari, il problema degli aerei da bombardamento e strage che oltretutto ci costano miliardi, pur di difendere fino alla morte i nostri privilegi prebende e le paghe da nababbi". Ma ora, lacrimando, i pentiti ci dicono: "Oggi stiamo dimostrando di aver capito il nostro errore e siamo qui proni e inginocchiati disposti a fornire una alleanza attraverso la quale portare a termine finalmente i programmi che voi stessi sceglierete come essenziali."Fermi lì! Attenti che la manfrina del gatto e la volpe la conosciamo già da tempo. Non vorremmo che come noi abbocchiamo alla proposta ecco che voi cominciate le omelie del: "Purtroppo ci sono le regole da rispettare, la democrazia si sa è insidiosa, ci vuole tempo, bisogna accettare modifiche, rimandare"...danzare offrendo le natiche comode al capo danza di governo. Il tempo passa e naturalmente ci troveremo da capo beffati e cornuti. Mi dispiace per voi cari maestri dello sberleffo ma stavolta la danza è un'altra, è cambiata l'orchestra, i musici e anche i ballerini e non è più il tango col casquè ma un Rock. (grammelot cantato)Col lancio in aria di chi fa il furbo e ci allunga troppo le mani sul culo." (grammelot cantato)
Dario Fo

martedì 20 ottobre 2009

Lettera all'Italia infelice di Roberto Saviano


fonte: L'espresso
Lettera all'Italia infelice


di Roberto Saviano

Ecco alcuni stralci del testo dello scrittore. L'intera lettera di Saviano è pubblicata su 'L'espresso' in edicola venerdì 16 ottobre
"Se la libertà è divenuto tema di dibattito continuo, quasi ossessivo in Italia vuole dire che qualcosa non funziona. Verità e potere non coincidono mai e quello che sta accadendo in questi giorni lo dimostra. Ci sono lezioni che non si imparano, disastri naturali che si ripetono come se la storia non ci avesse insegnato nulla e sacrifici di persone che hanno lottato per rendere questo Paese migliore che vengono dimenticati se non ignorati o peggio insultati. Qualcosa non funziona perché non si vuole capire quello che è accaduto e che quello che avviene tutti i giorni: non si racconta il presente, non si analizza il passato, tutto diventa polemica, dibattito sterile; tutto si avvita in un turbine di gelosie e di guerre tra bande. La folla di piazza del Popolo mi ha stupito, stordito, emozionato. Non sapevo cosa dire: quella che avevo davanti era una testimonianza incredibile, non ero più abituato a vedere tanti volti e tanto sole. Da quando tre anni fa sono stato messo sotto protezione e costretto a vivere con la scorta non avevo mai potuto sentire un vento di speranza così forte.

Alla gente in Italia non interessa la libertà di stampa, non si preoccupa per il fatto che sia stata offuscata e minacciata da quello che sta accadendo: la libertà di stampa non è importante perché non la si considera necessaria e utile al proprio quotidiano. Non capiscono quello che stanno rischiando, quanto possono perdere. Se ne accorgeranno solo quando riusciranno a vedere con occhi diversi e comprenderanno che oggi sulla maggioranza dei media la vita non viene raccontata ma rappresentata. Ricostruita secondo luci e dinamiche che la rendono finta. Verosimile ma lontana dal reale: come quelle foto ritoccate al computer per cancellare le imperfezioni, far sparire le rughe, il peso del tempo e gli acciacchi del divenire fino a rendere un'immagine diversa delle persone che così rinunciano persino a specchiarsi. Ci viene raccontata un'Italia allegra, il Paese del bel mangiare e delle belle donne. Ci viene imposto il modello di un Paese spensierato, in fila per partecipare alla fortuna milionaria delle lotterie e per vincere un posto in un reality show. Ma l'Italia oggi è profondamente infelice e triste. Vive nella cattiveria di una guerra per bande generalizzata, di un sistema animato dalle invidie. E la nostra percezione è così lontana dalla realtà da impedirci anche di renderci conto dell'infelicità. Ho sempre dentro il racconto di un immigrato africano che incontrai a Castel Volturno prima delle riprese del film "Gomorra": "La cosa che odio degli italiani è la loro gelosia, quell'invidia cattiva che hanno nei confronti di chiunque riesca ad ottenere qualcosa. Quando in Francia lavori molto, riesci a guadagnare e puoi comprarti una bella macchina, ti guardano riconoscendo il risultato. Dicono: "Quanto ha faticato per farcela". Invece quando in Italia ti vedono al volante della stessa auto senti subito che ti stanno dicendo "Stronzo bastardo". Non si pongono nemmeno la domanda su quanti sacrifici hai fatto, scatta subito una gelosia che si trasforma in odio. Questo accade solo nei paesi dove i diritti divengono privilegi, e quindi dove il nemico non è il meccanismo sociale che ha permesso questo, ma bensì chi riesce ad avere quel diritto. Una guerra tra vicini ignorando i responsabili del disastro. Questo si combatte solo raccontando quello che non va, perché solo raccontando la realtà di quest'Italia arida si potrà sconfiggere l'infelicità: la libertà di stampa è utile per essere felici".

"L'assenza di serenità ci porta a rinunciare alla libertà di stampa. Sapere che la replica al proprio "lavoro non sarà una critica, ma un'offesa o un attentato alla sfera privata spinge ad autocensurarsi, convince a non attaccare qualunque autorità, rende schiavi di ogni potere. Dopo l'editoriale di Augusto Minzolini sul Tg1 mi sono chiesto se si rendesse conto di quello che stava facendo. Avrei voluto dirgli che manifestare per la libertà di stampa significava manifestare anche per lui, anche per il suo futuro: un futuro in cui se si potrà ancora parlare del potere, se lo si potrà criticare è perché qualcuno ha lottato per renderlo possibile. Si è scesi in piazza anche per lui, perché lui domani possa continuare a dire quello che dice oggi anche se dovesse cambiare il potere che difende le sue parole".
 
"Fare il politico oggi nell'immaginario è fare il lavoro più semplice e comodo. Mi vengono alla mente le famiglie meridionali in cui il figlio più intelligente fa l'imprenditore e quello incapace il politico. Invece la politica dovrebbe essere una responsabilità pesante e difficile, un mestiere duro. Capisco il fastidio che può avere un politico a essere esaminato nella sua vita privata, ma questo è l'onere della sua missione, fa parte della democrazia. Oggi bisogna ricalibrare l'immaginario del politico, ritornare a una figura che fa una vita dura e poco divertente. La politica come servizio al Paese e ai cittadini, non come privilegio. La politica è vivere nella difficoltà. Penso al rigore morale di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante e Giorgio La Pira, restano figure di servizio alle istituzioni, nonostante i loro ideali e la loro fede religiosa.
Sono cresciuto al fianco di uomini di destra che non avrebbero mai sopportato questo clima di intimidazione e crudeltà, così come ormai la divisione e la rivalità sono così diffuse che impediscono alla sinistra ogni forma di aggregazione vera. Ogni possibilità di parlare al cuore delle persone. Oggi invece chi racconta cose scomode, chi descrive la realtà infelice dell'Italia viene accusato dalle massime autorità politiche di gettare discredito sul Paese agli occhi del mondo... Raccontare la realtà non significa infangare il proprio Paese: significa amarlo, significa credere nella libertà. Raccontare è l'unico dannato modo per iniziare a cambiare le cose". Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

(14 ottobre 2009)

Carlucci: vortice di accuse


fonte: Libero news
Carlucci: vortice di accuse


Notizia del 20 ottobre 2009 - 16:00

La portaborse in nero che le ha fatto causa? "Una ladra" sostiene l'onorevole. Che ci ha contattati per dire la sua. Salvo poi sbattere giù la cornetta appena le si fa qualche domanda

di Giorgia Camandona
La Carlucci si è arrabbiata. Perché tutti i giornali, compreso il nostro, hanno dato la notizia della sentenza di primo grado pronunciata a suo sfavore e che riguardava la posizione, in nero, di una sua ex portaborse. Per qualche motivo, forse perché ci eravamo già sentite in passato, l'onorevole ha scelto proprio la nostra testata per chiarire per la prima volta, pubblicamente, la sua posizione. Poi però si è infervorata e la telefonata si è conclusa bruscamente. Di spunti di riflessione, però, questa intervista ne offre parecchi. Dalla libertà di dare certe notizie quando queste riguardano i politici, alla libertà di un giornalista a cui non si dovrebbe dire cosa deve scrivere e cosa no. Ma ognuno poi dovrebbe trarre le proprie conclusioni in autonomia, quindi ecco i fatti.
Voleva chiarire la questione della sentenza della sua portaborse…
Sì, ma molto brevemente perché ci sono in corso due giudizi.
Due?
Sì, il mio ricorso contro la sentenza di primo grado, che quindi non è definitiva. Tant'è vero che io non sono stata obbligata ad alcun risarcimento. E il rinvio a giudizio di Celestina Soranna per furto. Nei miei confronti.
Nei suoi confronti?
Certo.
Cioè lei, onorevole Carlucci, ha denunciato Celestina Soranna per furto?
Sì, io l'ho denunciata per furto. E siccome la Procura della Repubblica non è che ti rinvia a giudizio se non ci sono le prove…
Questa denuncia risale a prima della sentenza?
Contestualmente. È una cosa contestuale, capisci? Per questo non dovevate pubblicare quella sentenza perché non è definitiva e comunque non si può dire più di questo sulle due vicende. C'è il mio ricorso e c'è il suo rinvio a giudizio per furto.
Ma furto di cosa?
Non posso dire niente perché la questione è ancora aperta. Non voglio interferire in nessun modo. Non voglio che i giudici siano influenzati né in un senso né nell'altro. Voi avete sbagliato a pubblicare la sentenza.
L’abbiamo pubblicata noi, il Corriere della Sera e tutti i giornali del Paese
Non dovevate dare la notizia, non doveva darla lei. Non è definitiva quella sentenza.
Delle sentenze, anche se di primo grado, si può dare notizia. C’è ancora questa libertà
Dovevate specificare meglio che non eravamo al terzo grado di giudizio ma solo al primo.
Mi pareva chiarito.
Dico semplicemente che dissento dal fatto che in questo Paese si possa dare notizia di atti che sono attualmente parte di un fascicolo che deve ancora essere esaminato dai giudici di appello. Questo non va bene.
Ma guardi, anche quando la Franzoni è stata condannata in primo grado tutti i giornali hanno dato notizia della sentenza. Perché a lei, onorevole Carlucci, si dovrebbe riservare un trattamento diverso? Se poi uno vuole fare ricorso, come sta facendo lei, è libero di farlo
E allora perché non hai scritto che la mia portaborse è stata rinviata a giudizio per furto?
Perché la notizia mi giunge nuova, onorevole
E sai perché? Perché chi fa gli articoli li fa sempre a senso unico in questo Paese. Se tu non ti limiti a sputtanare una delle due parti in causa e basta, vedi bene che ci sono delle sfumature.
Siamo qui a parlarne infatti
Tu non credi che se la Procura della Repubblica di Roma l'ha rinviata a giudizio per furto, cambia l'ottica di tutta la questione? Non aggiungo altro.
Quello che non mi è chiaro è la tempistica. Dopo la sentenza a suo sfavore lei ha denunciato la sua portaborse per furto? O prima della sentenza?
No, non te la dico la tempistica. I dati sono questi: io ho fatto ricorso, lei è stata rinviata a giudizio. Non entro nei particolari. Entrambe le situazioni sono al vaglio dei giudici. La signora Celestina Soranna è stata denunciata per furto ai miei danni. Questo è quello che devi scrivere. Non bisogna dire niente altro.
Per uscire da questa questione, nella nostra ultima chiacchierata telefonica eravamo rimasti d'accordo che lei ci avrebbe inviato la sua busta paga, che però non è mai arrivata
Non sono cose che ti interessano, né a te né a nessuno dei tuoi lettori.
Sa perché glielo chiedo, perché è stata lei a proporci di visionare insieme la sua busta paga, per capire quali erano le spese che deve sostenere un onorevole
Comincia a chiedere a tutto l'universo mondo cosa guadagnano. A chi guadagna più di me e lavora meno di me.
Sì ma ce lo ha proposto lei di inviarci per trasparenza i suoi dati
Io sono la prima per attività in Parlamento e in Puglia, e sono i dati che lo confermano. Ho due segreterie, una in Puglia e una a Roma, quindi fai un po' i conti tu di quanto possono costare.
E infatti eravamo rimaste proprio a questo discorso
Non mi interessa questo discorso!
Ma era proprio lei ad averlo tirato fuori per spiegarci le sue spese
Clic…
A questo punto l'onorevole ha interrotto la comunicazione buttando giù bruscamente la cornetta. E successivamente non ha più risposto al telefono. I nostri riferimenti li ha, quando vorrà risentirci

lunedì 5 ottobre 2009

Anna Giordano: La Procura di Messina ha archiviato due delle quattro denunce su lottizzazioni pericolose



Anna Giordano del WWF: “La Procura di Messina ha archiviato due delle quattro denunce su lottizzazioni pericolose e possibili disastri idrogeologici nel territorio messinese che abbiamo presentato nell'ultimo anno. Adesso aprono un'inchiesta...”

Incredibile la dichiarazione della rappresentate messinese dell’associazione ambientalista
“Se la stessa pioggia fosse caduta in altre zone di Messina – dice la Giordano - ci sarebbero stati molti più morti e non è detto che questo non succeda in futuro. Stanno costruendo una discarica a villaggio Pace sopra una fiumara. Un altro lotto di 500 ville stava per essere approvato nel territorio di Faro superiore, dove non lo permettono nè le condizioni urbanistiche nè quelle idrogeologiche. Questo è solo uno dei 13 piani particolareggiati che il Comune ha intenzione di mettere in pratica.


E’ stata istituita una commissione di valutazione d'incidenza che si occupa dei singoli progetti. E' necessaria una programmazione. È possibile che una singola casa o un palazzo abbiano un impatto devastante, ma una serie di costruzioni ha tutt' altro effetto sul territorio. La Procura di Messina ha archiviato due delle quattro denunce su lottizzazioni pericolose e possibili disastri idrogeologici nel territorio messinese che abbiamo presentato nell'ultimo anno. Adesso aprono un'inchiesta...”.



Per l'associazione che continuamente denuncia l’aggressione del cemento sulla natura è necessaria “una flessibilità del territorio che non può più essere assediato da costruzioni e cementificazioni”.

Ed è questo il succo del comunicato stampa diffuso dall’Associazione nazionale che, esprimendo cordoglio per le vittime e solidarietà per i parenti, ci prega di pubblicare quanto segue:



“L'amministrazione comunale fermi finalmente la variante del Prg e prenda atto che il territorio non può continuare ad essere massacrato, la Procura della Repubblica istituisca un pool tecnico in grado di verificare immediatamente la questione urbanistica, sismica ed erosiva costiera, tutte le forze dell'ordine, dopo l'emergenza, si attivino con determinazione per fermare tutti gli atti illeciti che quotidianamente vengono perpetrati sul territorio, sia nelle fiumare che a ridosso di esse, sulle fragili colline del comune."



Queste le richieste del WWF a seguito dei drammatici eventi in corso a Messina. Al Comune sono state decine le richieste di sospensione della variante al Prg inviate dal WWF Sicilia, la prima il 6 marzo 2006, l'ultima lo scorso aprile, a cui si aggiungono 5 denunce, numerose diffide, dossier e segnalazioni alle forze dell'ordine, alla Regione e al Ministero dell'Ambiente.



"C'e' da chiedersi se i soldi immobilizzati per l'inutile e dannoso Ponte sullo Stretto possano essere meglio impiegati per risanare il territorio e ricostruirne la naturalità - sottolinea Gaetano Benedetto, co-Direttore Generale WWF Italia - piogge torrenziali se cadono su un territorio sano, provocano sì danni, ma non ingenti, e tanto meno vittime innocenti. Per anni, dal quel tragico 28 settembre 1998 - quando l'alluvione colpì la zona nord della città con quattro vittime - Messina invece si è affidata alla fortuna e alla speranza che non accadesse di nuovo il peggio, senza mai, a nessun livello amministrativo, decidere di rivedere la pianificazione urbanistica alla luce dell'aggravamento della fragilita' del territorio.

Ora è stata colpita durissimamente la zona sud di Messina, già provata negli anni precedenti: torrenti stretti nella morsa di muri e case, montagne rese fragili da incendi e inevitabili frane che trovano come ostacolo verso il basso, case su case. Ma ancora sono previste nuove lottizzazioni, piani quadro, particolareggiati, centri benessere, nuove strade, nuovi centri commerciali, coperture di fiumare."

Pino D'Angelo

mercoledì 16 settembre 2009

Anno zero ritorna - L'appello di Santoro



L'appello di Santoro che incita tutti gli internauti a diffonderlo:


Cari amici, sono Michele Santoro e ho bisogno del vostro aiuto. Mancano pochi giorni alla partenza e la televisione continua a non informare il pubblico sulla data d'inizio di Annozero. Perciò vi chiedo di inviare a tutti i vostri amici e contatti su Internet gli spot che abbiamo preparato a questo scopo e che non vengono trasmessi.

venerdì 28 agosto 2009

Berlusconi, l'uomo che il mondo ci invidia

fonte: Beppegrillo.it
Accappatoio Selvaggio ha chiesto un risarcimento per un milione di euro al Gruppo L'Espresso per dieci domande pubblicate su Repubblica.
Il più grave tra i quesiti è stato: "Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?".
Non si fanno questo tipo di domande a un vecchio signore di SETTANTAQUATTROANNI con la testa incatramata, problemi di cuore, operazioni alle spalle, che non scopa se non ha il piacere della conquista.
Non si fanno queste domande.
Non bisogna neppure pensarle. Berlusconi è il premier di una grande potenza,
un politico di levatura mondiale, un soggetto da candidare al premio Nobel per la Pace,
un marito fedele, un padre affettuoso, un implacabile persecutore della mafia,
una persona incorrotta e incorruttibile, uno che sa vestirsi e parlare in pubblico,
un tipo sincero fino all'autolesionismo, un nonno di altri tempi,
uno che sceglie i suoi amici in base alla loro onestà e rettitudine,
un amante della libera informazione ed estimatore di Biagi e Montanelli,
un signore che odia i compromessi, che mantiene sempre la parola data, che si è fatto da solo grazie ai consigli di suo padre e al suo impegno incrollabile,
che non ha mai evaso le tasse, che ha costruito un impero economico, che non si è mai drogato, che ha vinto tutto con il Milan,
un perseguitato dalla magistratura che vuole però mantenere indipendente contro i suoi stessi interessi, uno statista con il senso dello Stato,
un politico che nessuno, proprio nessuno, può ricattare, un sincero democratico antifascista, un credente, un cattolico di spiritualità profonda,
un uomo che risponde a tutte le domande se sono poste con garbo, senza malizia e non sono tendenziose, già anticipatrici di un giudizio negativo che lui non si merita,
un presidente operaio, costruttore, comunicatore, banchiere, elettricista, idraulico,
un alfiere dell'ottimismo a ragion veduta, una persona perbene che odia la corruzione e gioca sempre pulito, un galantuomo di cui ci si può fidare,
un vecchio signore a cui affidare con tranquillità le proprie figlie, un italiano lucido, di una coerenza impressionante, un campione che ci invidia tutto il mondo e, per questo, per pura malignità, l'informazione internazionale gli dedica articoli innominabili pieni di risposte e senza domande,
un caro amico di statisti democratici come Gheddafi e Putin, un compagnone di Obama del quale condivide gli obiettivi,
un vecchio che sfida il tempo e sembra sempre più giovane di un paio di mesi, uno che sa fare il nodo della cravatta a pallini meglio del compianto conte Nuvoletti, un personaggio sempre allegro, ottimista, vitale che racconta barzellette,
un simpatico, un bell'uomo, alto il giusto, con un sorriso largo che infonde speranza, un amico fidato che si preoccupa anche del tuo loculo per starti vicino nell'eternità, un cantante da crociera e da villa Certosa, un sincero ammiratore dei talenti femminili, un unicum che un fato benigno ha donato all'Italia, un nuclearista sicuro.
E adesso, querelatemi!

giovedì 27 agosto 2009

L'assalto finale al fortino di RaiTre

fonte: Repubblica

di CURZIO MALTESE

GLI attuali direttori di Tg3 e RaiTre, Antonio Di Bella e Paolo Ruffini, sono ritenuti da tutti ottimi professionisti, fra i migliori della Rai. Hanno ottenuto del resto, sia in qualità che in quantità d'ascolti, molti eccellenti risultati. Tranne l'unico che conti nell'Italia di oggi: piacere a Berlusconi. Per questo il sultano ha dato ai vertici di viale Mazzini l'ordine di farli fuori, trovando una scusa. Compito non facile, perché di ragioni davvero non ce ne sono. Ma quando non esistono spiegazioni logiche, di solito basta inventarsi un complotto e un colpevole. I vertici Rai, che invece non brillano né per doti professionali né per fantasia, hanno infine convenuto d'indicare all'opinione pubblica il colpevole più banale: la sinistra. È ormai come dire che l'assassino è il maggiordomo, ma funziona sempre. Sarebbe il Pd a volere il caos della terza rete per poter lottizzare dopo il congresso, secondo il volere del vincitore. L'ipotesi sembra troppo cretina perfino per gli elevati standard di autolesionismo del centrosinistra. Ma Antonio Di Pietro, per esempio, ci crede e dà una mano ad addossare alla sinistra la colpa dell'epurazione voluta da Berlusconi. Naturalmente ai tre candidati alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, basterebbero dieci minuti per smontare la vicenda. Il tempo di prendersi un caffè insieme e annunciare il via libera alle nomine di RaiTre. Ma evidentemente i tre non sono in grado di prendere insieme neppure un caffè, oppure non capiscono la portata della minaccia. Nel mirino di Berlusconi non ci sono tanto questa o quella poltrona Rai, le ha già quasi tutte. Se così fosse, non varrebbe neppure la pena di parlarne. Ma al premier interessa piuttosto eliminare un gruppo di programmi amati e, per lui, pericolosi. Si tratta anzitutto di "Che tempo che fa" di Fabio Fazio e di "Report" di Milena Gabanelli, fiori all'occhiello della rete, quindi dei salotti di Serena Dandini e di Daria Bignardi, "Parla con me" e "L'era glaciale".
Un bouquet di trasmissioni che ha molti meriti o demeriti, dipende dai punti di vista. Riescono a coniugare qualità e popolarità, danno un senso al concetto di servizio pubblico e tengono attaccato alla Rai un pezzo d'Italia moderna e intelligente, assai ambita dai pubblicitari, la quale altrimenti sarebbe già del tutto emigrata sul satellite. L'obiettivo del premier e padrone di Mediaset è di cancellarli. Stavolta con calma, senza editti, lavorando di cesello sul palinsesto e tagliando i fondi. Il direttore Ruffini, degno erede di Angelo Guglielmi, non accetterebbe mai di sottoscrivere una simile sterilizzazione della rete. Occorre dunque uno spaventapasseri di sinistra disposto alla bisogna, in cambio della poltrona. Se ne trovano a mazzi, basta fare un fischio e si forma la coda davanti a Palazzo Grazioli. I nuovi direttori di Tg3 e RaiTre faranno tanti complimenti a Fazio e Gabanelli, Littizzetto e Dandini, ma diranno che è venuto il tempo di cambiare, innovare. In peggio, aggiungiamo pure. Può stupire che Berlusconi, con tutto il potere di cui dispone, si concentri su questa battaglia. Ma il risultato alle elezioni europee di giugno l'ha ormai convinto che anche le riserve indiane debbano essere bonificate e gli ultimi professionisti della comunicazione vadano sostituiti con burattini pubblicitari manovrati da Palazzo Chigi. Il piano d'assalto all'ultima roccaforte indipendente dall'egemonia berlusconiana è astuto e probabilmente andrà in porto. A meno che Franceschini, Bersani e Marino non trovino quei dieci minuti per disinnescarlo. Ma sono troppo impegnati a discutere sulla forma del partito e il suo radicamento nel territorio. L'ipotesi che l'attuale RaiTre sia ormai il principale radicamento nel territorio della cultura progressista in Italia sopraggiungerà soltanto fra qualche anno, come si dice in questi casi: a babbo morto. (27 agosto 2009)

La Rai rifiuta il trailer di Videocracy "E' un film che critica il governo"

fonte: Repubblica

di MARIA PIA FUSCO

ROMA - Nelle televisioni italiane è vietato parlare di tv, vietato dire che c'è una connessione tra il capo del governo e quello che si vede sul piccolo schermo. La Rai ha rifiutato il trailer di Videocracy il film di Erik Gandini che ricostruisce i trent'anni di crescita dei canali Mediaset e del nostro sistema televisivo. "Come sempre abbiamo mandato i trailer all'AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film", dice Domenico Procacci della Fandango che distribuisce il film. Netto rifiuto anche da parte di Mediaset, in questo caso con una comunicazione verbale da Publitalia. "Ci hanno detto che secondo loro film e trailer sono un attacco al sistema tv commerciale, quindi non ritenevano opportuno mandarlo in onda proprio sulle reti Mediaset". A lasciare perplessi i distributori di Fandango e il regista sono infatti proprio le motivazioni della Rai. Con una lettera in stile legal-burocratese, la tv di Stato spiega che, anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto. "Una delle motivazioni che mi ha colpito di più è quella in cui si dice che lo spot veicola un "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" perché proietta alcune scritte con i dati che riguardano il paese alternate ad immagini di Berlusconi", prosegue Procacci "ma quei dati sono statistiche ufficiali, che sò "l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità"".
A preoccupare la Rai sembra essere questo dato mostrato nel film: "L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione". Dice la lettera di censura dello spot: "Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata", non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi, ma, guarda caso, si potrebbe pensare che "attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso". "Mi pare chiaro che in Rai Videocracy è visto come un attacco a Berlusconi. In realtà è il racconto di come il nostro paese sia cambiato in questi ultimi trent'anni e del ruolo delle tv commerciali nel cambiamento. Quello che Nanni Moretti definisce "la creazione di un sistema di disvalori"". Le riprese del film, se pure Villa Certosa si vede, è stato completato prima dei casi "Noemi o D'Addario" e non c'è un collegamento con l'attualità. Ma per assurdo, sottolinea Procacci, il collegamento lo trova la Rai. Nella lettera di rifiuto si scrive che dato il proprietario delle reti e alcuni dei programmi "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo". "Siamo in uno di quei casi in cui si è più realisti del re - dice Procacci - Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o a "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata". (27 agosto 2009)

mercoledì 5 agosto 2009

Il partito del Sud? Botteghino per la mafia

Il dibattito sulla nascita del partito del Sud giunge nei giorni in cui Luigi De Magistris diventa presidente della Commissione controllo Bilancio dell’Unione europea. Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia nonché leader dell’Mpa ideatore e ideologo di questo partito, parla di "impegni disattesi" da parte del governo. Tradotto: soldi per il ponte sullo Stretto, soldi per la Salerno-Reggio Calabria, soldi per le aree sottoutilizzate (Fas) l’equivalente di 2 miliardi di euro deliberati dalla Conferenza delle Regioni e province autonome mai giunti al Cipe: per l’85% al Sud e appena il 15% al Nord. Il partito del Sud serve anche per rinnovare la richiesta di vantaggi fiscali per i lavoratori del settore turistico (Daniele Martinelli).
Peccato che la Sicilia, dopo 60 anni di finanziamenti e di miliardi che non si contano più, brulica di rifiuti ammassati in migliaia di strade. Molti treni sono laidi e devastati, le linee ferroviarie sono pericolose, malandate e senza manutenzione, le strade sono disseminate di buche, i cartelli stradali non esistono, le stazioni sono sguarnite, mancano gli orari alle fermate dell’autobus, gli ospedali sono di sabbia, i pronto soccorso vanno a rilento, la sicurezza è una chimera, regnano i cani randagi assieme ad arrendevolezza e omertà. Salvo rari casi di meridionali incazzati in una regione che, oltre il record di deputati e di personale assunto nel carrozzone pubblico serbatoio di voti, sarebbe il giardino d’Italia se solo la sua classe dirigente avesse impiegato con onestà un solo spicchio di fondi, che invece sono stati regalati alla malavita mafiosa collusa con la politica.Intanto il corruttore che vive alla giornata, attanagliato dalle sue paturnie personali nell’intento di non far sapere e di dimenticare, annuncia una sorta di nuova Cassa del Mezzogiorno, per la quale dice di stanziare 18 miliardi entro il 2013. Ma i soldi non ci sono perché sono finiti. Il Cipe entro l’imminente autunno sarà a secco. Il Pdl chioccia dell’assistenzialismo siciliano non potrà garantire provvidenze a tempo indeterminato. Il rubinetto si chiude e il partito del Sud è un’inutile travestimento del Pdl che mira ad alimentare false speranze.Ma, come scrivevo all’inizio, il partito del Sud nasce proprio nei giorni in cui Luigi De Magistris diventa presidente della Commissione controllo Bilancio della Ue. Politici e mafiosi col vizio di abbuffarsi di fondi pubblici da veicolare sui conti correnti dello Ior mettono le mani avanti. Si appellano al governo del corruttore per “prevenire” eventuali ammanchi derivanti dai controlli europei.I ribelli siciliani, che col patto mafioso stretto assieme a Forza Italia tengono il partito azienda più votato dell’isola, intravedono nel corruttore un perfido nanetto potentissimo e avaro. Senza soldi da ingurgitare a sbafo, il centro destra siciliano si spacca in una rivolta che pare non placarsi. Per poter mantenere il potere, e i voti, bisogna garantire la politica dei 40 assunti per ogni sottopasso cittadino come accade in almeno 4 zone di Palermo.Le barzellette di Renato Schifani, che fino al 2006 prometteva futuro trionfale e di benessere in Sicilia, puntualmente disattese, hanno acceso le ire di Raffaele Lombardo. Ma non quelle della Lega nord, passiva come una escort di basso bordo davanti ai 140 milioni di euro che il corruttore ha regalato al comune di Catania del suo medico Scapagnini, traghettato in parlamento dopo aver portato la città sul lastrico.Insomma, il partito del Sud è l’ennesima, vergognosa e laida tentazione di un meridionalismo tutto politico e rivendicativo che, assieme alla Lega di Borghezio, si mostra nel suo lato più volgare di evidente maceria di un’unità d’Italia mai compiuta, perennemente e profondamente divisa. E ormai in bancarotta.